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martedì 14 dicembre 2010 |
Corre per le sale il bel film di Martone Noi Credevamo. Fra le tante ambientazioni e i tanti episodi, quella iniziale dei patrioti liberali che marciscono nelle carceri borboniche. Nell’ orrido bagno penale di Montefusco, fra i molti, si distinguono Carlo Poerio e il Duca Sigismondo Castromediano. Chi sa quanti spettatori hanno pensato al patriota sulmonese Panfilo Serafini che è stato per anni loro compagno di cella. A me è sembrato vederlo in quelle celle umidissime, fredde e buie, ricavate nella roccia, con le catene alle caviglie che lo legano ad un altro carcerato.
Serafini, il Silvio Pellico abruzzese, fu condannato dal Tribunale de L’Aquila a venti anni di ferri solo per un manifestino e un sonetto contro il regime. Distrutto nel fisico, ma non nello spirito, riuscì persino a scrivere un saggio sul Canzoniere di Dante, senza nemmeno disporre del testo, che gli fu sempre negato. Benedetto Croce scrisse che passò “la sua vita fra triboli e dolori. Quale che sia il valore scientifico e letterario degli scritti di Panfilo Serafini, c’è una pagina che egli non scrisse con la penna ma col miglior sangue del suo cuore, e che con la penna trascrissero poi i magistrati che lo condannarono.” Finalmente liberato, nessuno dei nuovi uomini al potere si ricordò di lui. Fu proprio il suo compagno di cella, il Duca Sigismondo Castromediano, che lo riconobbe al Largo Mercatello di Napoli, alla luce di un lampione, in un uomo che giaceva supino apparentemente senza vita. Era svenuto, per fame.
Ezio Pelino
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